Educazione sentimentale e sviluppo della personalità

“Educazione sentimentale e sviluppo della personalità”. E’ questo il titolo dell’intervento della psicologa e psicoterapeuta Margherita Sergiampietri tenuto sabato 19 maggio nell’ambito ell’evento organizzato dall’associazione nazionale UDI (Sez. Lucca) “Il gomitolo delle emozioni” e che di seguito potete leggere integralmente. Un articolo interessante sulla sensibilizzazione a un’educazione emotivo- sentimentale.

 

La costruzione e la definizione della personalità avviene attraverso la scoperta e la sperimentazione di sé dei propri vissuti interni ed esterni, uno dei primi elementi da prendere in considerazione sono le emozioni e la gestione più o meno consapevole delle stesse, lo sviluppo del proprio sentire emotivo.

La capacità di provare emozioni è qualcosa di presente nella persona fin dalla nascita e ci accompagnano per tutta la vita, dirompenti e improvvise sono la prima reazione (interna) a tutto quello che avviene e non avviene nella nostra vita.

Mi verrebbe da dire sono l’impasto, la materia con cui si formano i mattoni con i quali costruiremo la nostra impalcatura, la nostra persona.

Se sono da sempre presenti e contingenti agli eventi

verrebbe da chiedersi per quale motivo spendere tanto tempo a parlarne, se sono così performanti quali aspetti potrà mai educare un genitore nella crescita emotiva dei propri figli.

La risposta è ovvia, un genitore può insegnare a gestire l’emergere delle emozioni, educare a riconoscerle, a trasformare in verbale quello che il nostro corpo produce prima del pensiero.

Possiamo educare a sentire le emozioni, a tenerle nelle proprie mani, a conoscerle perché solo conoscendo si può imparare ad agire consapevolmente, a scegliere come e cosa manifestare delle proprie emozioni, imparare ad essere presente a se stessi, quindi coerente con se e ancor più importante rispettosi di se stessi.

Il primo ambiente in cui impariamo a conoscere gli effetti delle emozioni è quello familiare. Il modo in cui i membri della famiglia accolgono e gestiscono l’emergere e il manifestarsi delle emozioni fin da quando siamo piccoli è in un certo senso l’imprinting che segnerà la costruzione del nostro modo di rapportarci con le nostre emozioni, la nostra capacità di dare un senso alla nostra vita emotiva.

L’ abilità che deve sviluppare il genitore è quella di comprendere lo stato interno del bambino e sintonizzarsi con esso. Questo è di fondamentale importanza, in quanto consente di gettare le basi per lo sviluppo di un’integrazione psicosomatica, cioè l’integrazione tra il Sé corporeo e il Sé emotivo in un Sé coeso, tanto fisico quanto psichico. Questo consentirà al piccolo di comprendere a poco a poco che quando avverte determinate sensazioni corporee,

queste saranno ascrivibili a determinate emozioni che dapprima possono essere riconosciute, poi manifestate e verbalizzate. Il mal di pancia di una bambina può essere dovuto a qualcosa che ha mangiato o ad un emozione spiacevole, come la paura di essere sgridata, l’aver litigato con un amico. La capacità di riconoscere che quel mal di pancia è il sintomo di un disagio avviene attraverso un adulto capace di riconoscere questo collegamento tra il fisico e l’emotivo, un adulto in grado di accogliere quel dolore e aiutare la bambina a verbalizzarlo, a conoscerlo e capirlo e interiorizzarlo per le volte che verranno.

L’accortezza nel genitore deve essere quella di dare valore a tutte le emozioni, ovviamente per noi è più facile e di soddisfazione riconoscere le emozioni positive come la gioia o la sorpresa, perché ci fanno piacere sia quando le manifestiamo o quando le vediamo manifestate, perché ci fanno sentire insieme, uniti, sono sentimenti di unione; più faticoso e scomodo è quando dobbiamo riconoscere l’esistenza di un sentimento negativo come la rabbia, il dolore o la angoscia , sono emozioni di rottura. Comprenderle e accoglierle implica anche accettare che qualcosa è rotto, ancora più difficile è quando questa frattura l’abbiamo causata noi adulti che ci prendiamo cura. Chi di voi non ha mai sperimentato la situazione in cui deve negare qualcosa al proprio figlio /a e davanti la scena che si presenta è quella di un bambino/a che scoppia in un pianto disperato, come ci poniamo come genitori di fronte ad un pianto simile?! Riusciamo a comprendere i sentimenti del figlio, della figlia, contestualizzarli, non banalizzarli ma allo stesso tempo non drammatizzarli ?! non è facile. Come genitore non possiamo credere di potercela cavare semplicemente con l’empatia verso i figli.

L’empatia cos’è? la capacità di comprendere i sentimenti dell’altro, ok sono abbastanza sicura che tutti noi siamo in grado di comprenderli. Ve lo mostro, chiunque di noi può con un leggero sforzo di pensiero recuperare un ricordo di sé da bambino o da bambina in cui una promessa è stata infranta per volontà di altre persone, degli adulti che avevano promesso o per cause di forza maggiore, come quando esci dalla gelateria a 5 anni e il gelato nel cono cade tutto in terra, non è difficile immaginare emotivamente cosa prova un bambino, lasciamo da parte per il momento quali saranno le reazioni dell’adulto, sintonizziamoci per ora su quel momento in cui il gelato che finalmente avevi tra le tue mani non c’è più perché è caduto. Riconoscere emotivamente questo stato d’animo è l’empatia. E come vedete tutti più o meno agilmente la riuscite a sentire, ma non può bastare.

L’empatia è la base da cui partiamo l’insegnamento del genitore passa attraverso la sua reazione emotiva e le scelte che compierà rispetto a come risponde all’accaduto (la pioggia

che impedisce l’uscita promessa, il gelato caduto sul pavimento della gelateria), le reazioni che il genitore avrà saranno la prima guida che il bambino o la bambina scriveranno su come vivere i propri sentimenti; su quanto e come si possono esprimere, quanto grado di frustrazione/angoscia/rabbia i propri genitori possono contenere, supportare e sostenere;

Il genitore oltre a saper utilizzare l’empatia per sintonizzarsi con il proprio bimbo/a deve col proprio agito saper contenere e essere guida su come si sta dentro un emozione anche se è negativa, e come si attraversa quest’emozione fino alla sua elaborazione.

Spesso da adulti ci viene in un certo senso da elaborarle al posto loro, risolverle, trovare nuove soluzioni, ripagare affinché quel dolore, quella tristezza non sia eccessiva, ma eccessiva per chi? A volte eccessiva per noi

Per la nostra capacità e per il tempo che abbiamo a disposizione per curare l’evento. capita a tutti, almeno nell’istinto, sappiamo che non abbiamo tempo di stare in quella emozione, perché dobbiamo andare al lavoro, a far la spesa, o ad un appuntamento ecc. e non riteniamo possibile lasciare in sospeso quell’emozione (ovviamente quasi sempre negative perché come ho detto prima, non è assoluta la cosa, con le emozioni positive ce la caviamo sempre tutti meglio); abbiamo questa fantasia che nel dolore non ci si debba stare, così mossi dal fatto che non c’è tempo capita spesso che noi adulti “risolviamo” il dolore, la tristezza, la rabbia, con degli escamotage che possano dare sollievo immediato e allontanare l’emozione dolorosa…

in questo caso la nostra azione può generare due conseguenze negative: da una parte si passa il messaggio che lui/lei non sia in grado di superare il proprio dolore, non abbia le capacità di affrontarlo, ma debba sempre sperare e aspettare che qualcun altro elabori e risolva al posto suo e dall’altro si comunica che nel dolore o nella tristezza ci si debba stare il minor tempo possibile, quando invece nel dolore, nelle emozioni tutti ci si deve stare il tempo sufficiente e necessario a sentirle elaborarle e superarle.

La cosa sorprendente di dare tempo alle persone è scoprire che poi da sole sviluppano e mettono in atto strategie che gli permettono di superare gli eventi e queste saranno le risorse che una volta create non li lasceranno più. Questa è la tanto nominata capacità di autoefficacia, la consapevolezza di poter affrontare le situazioni, tutte perché dentro di noi non solo ci sono delle risorse ma c’è soprattutto la capacità di cercarle e crearle. E questa è una capacità che non la acquisiamo se qualcun altro si fa carico delle nostre emozioni al posto

nostro. Cosa possono fare i genitori?! Agire e reagire alle proprie emozioni con cognizione consapevolezza e tempo, ossia agire un vissuto che sarà da esempio.

Perché come in tutte le cose dell’umano non c’è una ricetta non c’è una teoria assoluta che io vi possa dare, non posso dire : “dunque per superare la perdita di una partita di calcio con amici, si lascia piangere due minuti, poi si abbraccia, si comprende un dieci minuti di rabbia e poi si va avanti con un programma alternativo della giornata perché non si può piagnucolare per il meteo!” “per la perdita di una persona amata si abbraccia si asciugano le lacrime, si dice che son cose che accadono e che bisogna riprendere la propria vita!” “ se cade un gelato..si ricompra subito!”

È importante per me passare il messaggio che è tutto plausibile, tutte le risposte ai nostri figli sono possibili, ma bisogna tenere presente che agire in una maniera o in un’altra, sono scelte che ciascun genitore deve fare in base alla propria idea, alla propria coerenza interna insieme ad un attenzione accurata verso l’ascolto di sé e del emotivo del proprio bambino.

E qui volevo arrivare; e questo per me nella mia carriera professionale è diventato il punto centrale: l’ascolto attento del proprio emotivo e conseguentemente dell’emotivo dell’altro.

Non tanto il contenuto, perché come abbiamo visto tutti più o meno sappiamo riconoscere le emozioni a livello empatico, io mi riferisco all’importanza di curare il PROCESSO DI ASCOLTO; il mettersi in ascolto

Il darsi o prendersi TEMPO PER SENTIRE; FERMARSI.

L’altra sera su rai 3 Massimo Recalcati,uno psicoanalista lacaniano, parlava del padre nella società odierna e di come il genitore deve farsi testimone della storia dell’umanità e della speranza per il futuro, questa testimonianza si sviluppa attraverso l’agire quotidiano. Perché come dice lui e sono pienamente d’accordo, i genitori educatori, quelli che parlano e spiegano sono i più noiosi e i meno efficaci. I figli imparano ad essere in base a come i propri punti di riferimento agiscono e reagiscono nel quotidiano, nel susseguirsi delle esperienze della vita. I figli impareranno a stare nelle emozioni quanto più esperiranno i propri genitori che si concedono il tempo di ascoltare le proprie emozioni i propri sentimenti.

Ascoltare e dare tempo significa “non dare per scontato”, non dare per scontato che il non essere invitato dall’amico sarà una ferita dolorosa per il proprio figlio, non dare per scontato

che rifiutare di mangiare un pasto sia un sentimento di opposizione e sfida, non dare per scontato che un evento abbia un’emozione perché a noi è capitato così..

Dare tempo di sentire è fondamentale per capire cosa si sta provando, è un tempo e uno spazio che occorre per fare spazio da tutti quei dictat esterni che ci “affogano” e ci dettano quali siano le emozioni che dobbiamo mostrare e quindi provare.

Perché se non ci opponiamo all’esterno che entra dentro noi, finisce che si inverte il processo per cui non è più provo questo sentimento e quindi decido cosa e quanto e come mostrarlo, ma diventa in questa situazione si deve mostrare questo sentimento,quindi siccome c’è fretta perché bisogna correre e passare velocemente ad altre realtà sempre più piacevoli, sarà che provo questo sentimento e basta non ho motivi per dire che non sia così. Conseguentemente aumentano i racconti in terapia di ragazzi e ragazze che raccontano scioccati che loro non sentono più cosa provano, non lo sanno riconoscere, e sempre più spesso preoccupati mi riportano che non sentono quelle emozioni specifiche che dovrebbero – secondo il mondo esterno intorno a loro- non mi riesce piangere, non sento la gioia- La loro “ragione causa – effetto” li porta a dire che non sono normali. È un insicurezza pericolosa perché li porta a non essere protagonisti attivi della propria vita perché non sanno leggersi nei propri sentimenti nelle proprie emozioni quindi diventano attori di ciò che credono la società richieda. Rischiamo una generazione che si riempie di esterno e di immagini non provate, che non ha avuto modo di apprendere cosa può sopportare e elaborare a partire dalle proprie risorse e che conseguentemente ha difficoltà a sentire quanto e cosa possa affrontare nel proprio futuro.

“È come se la realtà esterna trascinasse fuori di sé l’individuo e in qualche modo svuotasse il mondo interno della possibilità di pensare ricordare assimilare e ricostruire dentro di sé questa realtà che si sviluppa fuori”

A volte a me sembra che non ci sia più concesso di prenderci il tempo per staccare, per noi stessi. E noi da soli non ce lo prendiamo, come se non ci sentissimo mai in diritto di concederci un riposo da svegli, spesso confrontandomi con persone che incontro,con amici o con i miei pazienti, mi risuona da più parti questa mancanza di tempo, di spazio interiore, in cui stare soli con sé.

Quindi chiedo anche a voi , quante volte al giorno accade che ciascuno di riposarsi un po’ con riposo non intendo dormire, ma proprio un momento di pausa , momento di vuoto, un momento in cui bloccate il contatto con gli stimoli quotidiani.?

dovrebbe essere un abitudine quotidiana:

il riposo è un momento in cui succede qualcosa di molto importante nella mente umana, il momento in cui noi abbassati tutti gli stimoli esterni, interrompendo l’afflusso ininterrotto, abitudinario di ciò che avviene tutti i giorni ci mettiamo nella condizione di ascoltare un altro tipo di stimoli che vengono da dentro noi, è l’interiorizzazione dell’esperienza che contribuisce a costruire il nostro sé interno che ci permetterà ci costruire l’idea di sé, come di qualcosa che si prolunga nel tempo e che non è in balia degli eventi.

Dott.ssa Margherita Sergiampietri

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